venerdì 13 settembre 2013

“Fai bei sogni” - Massimo Gramellini



“Fai bei sogni”


Massimo Gramellini



No, dico … ma siamo impazziti?! Un milione di copie vendute, quattro edizioni in un anno, 225.000 copie in una settimana, il libro più venduto del 2012… Molto rumore per nulla. Più di trecento riletture, sei mesi circa di correzioni ed una squadra di 12 editor per confezionare un prodotto destinato per nascita     (al pari del Royal baby) a regnare sulle classifiche delle vendite di libri.

Onore e merito al padrino di battesimo, Fabio Fazio, che sembra aver raccolto l’eredità di Maurizio Costanzo. Per più di 20 anni il Costanzo Show ha decretato il successo di chi aveva il pass per accomodarsi nel salotto della vetrina televisiva più seguita d’Italia.

Da un po’ di tempo, lo scettro di Re Mida del piccolo schermo è passato nelle mani di Fazio: nelle vesti di anchorman di programmi calcistici e revival musicali, di presentatore del Festival, di conduttore di format di approfondimento comico – satirico con spunti meteorologici, gli indici di ascolto e di gradimento sono sempre garantiti.

La risoluzione dell’ormai esausto connubio tra Fazio ed il paludoso Saviano ha spalancato le porte al gioviale Massimo Gramellini, giornalista sportivo, ironico q. b., sentimental popolare tanto da dirigere la rubrica di “ posta del cuore” dello “Specchio” , oscurando così la fama di “Donna Letizia”  e della “Contessa Clara”! Ma di quali credenziali è in possesso, il giurista-giornalista, per teorizzare soluzioni placebo per cuori in affanno? Almeno Crepet e Pasini, gli psichiatri – scrittori, possono vantare titoli accademici, specializzazioni e impegno professionale negli ambiti di pertinenza dei tormenti esistenziali.

Far riferimento unicamente al proprio vissuto, quale fonte di saggezza dalla quale attingere consigli, esortazioni e moniti ci sembra un po’ riduttivo.

Scorrendo le note biografiche troviamo:

un grave lutto (e quello ce l’abbiamo tutti!)

due mogli (oggi costituiscono la normalità!)

la difficoltà a relazionarsi con le donne (e chi le ha mai capite!)

una figura genitoriale fredda e distaccata (come lo erano tutti i padri di una volta!)

un percorso di vita tutto in salita … fino all’incontro con l’Amore (mah…!)

Non bastavano Volo e Moccia ad ammorbarci con storie di questo tipo!

Ci son volute 200 pagine di puntelli di sostegno per sorreggere una struttura fragile, la storia autobiografica dell’elaborazione di un lutto, della sublimazione del dolore nel perdono.

La caratterizzazione del protagonista è prevalentemente di natura psicologico-comportamentale.

 L’improvvisa assenza dell’amorevole figura materna ingenera nel bambino Massimo “un bisogno disperato di dichiarare guerra al mondo intero” e, allo stesso tempo, la consapevolezza che i nemici dai quali difendersi albergano in sé stesso.  “Chi è stato abbandonato si sente colpevole di qualcosa d’indefinito”. Massimo contrasta il senso di colpa rifiutando la realtà, negando la morte della madre e coltivando la segreta speranza di vederla improvvisamente ricomparire. La figura materna è mitizzata, trasfigurata dallo specchio deformante della memoria, ma il non sentirsi più amato nutre il demone dell’aggressività. C’è un mostro dell’anima, Belfagor, che si alimenta delle sue paure: sfiducia, rifiuto, abbandono, senso di disagio e inadeguatezza. Un mostro che lo rende incapace di alzare gli occhi al cielo, di tenere i piedi ben piantati a terra, che lo indirizza verso scelte sbagliate: gli studi universitari, la fidanzata sempre smaniosa di vedersi riconfermare il suo fascino. Un mostro che lo rende incapace di inseguire i suoi sogni perché i sogni sono radicati nell’anima e la sua è anestetizzata dal dolore.

Ma il lieto fine è in agguato; è nascosto in un ritaglio di giornale che viene consegnato a Massimo in una busta misteriosa con 40 anni di ritardo…..proprio come le Poste Italiane. La busta, in effetti, è comparsa nella prima pagina, ma lo scrittore è ricorso all’ordo artificialis, procedimento che interrompe la narrazione per raccontare i 40 anni precedenti e stimolare così le aspettative del lettore. Il mistero svelato, in effetti, rimanda al sensazionalismo dei proclami di Carlo Taormina nel “caso Cogne”: colpi di scena destinati a sgonfiarsi come palloncini non ancora annodati che sfuggono di mano con traiettoria irregolare e suono isterico! Quando finalmente il mistero è svelato siamo già verso pag.180 e neanche gli editor sanno più cosa inventarsi per evitare un finale un po’ frettoloso, sdolcinato , dagli esiti scontati: lui, lei e il cagnolino bianco ( sarà mica Dudù?!)

Un quadretto famigliare già abusato in pubblicità e proclami politici.

“ E’ che mi è sempre piaciuto il lieto fine”  si giustifica l’autore, ormai depurato dopo un soggiorno nel centro benessere “Le terme dell’anima”.

“Una lettura da ombrellone”, ci giustifichiamo noi, ormai alleggeriti dei 15,00 euro destinati al “fatebenefratelliautori” consorzio di scrittori-venditori di sogni e belle speranze con penna leggera e tasche pesanti.

 In fin dei conti il libro si legge in una mattinata al mare. Scorrevole, anche troppo: sintassi semplificata, periodi lineari, scelte lessicali generiche, poche citazioni colte, molti contributi degli editor, qualche eccesso mellifluo, aforisma iniziale di Eric Hoffer pertinente, struttura narrativa in ordine indiretto, registro medio-colloquiale. Un mix di elementi ben armonizzati per la costruzione di un prodotto destinato al pubblico dei cinepanettoni, quelli che leggono o vanno al cinema per distrarsi ma che provocano improvvise positive impennate nei riscontri di cassa e botteghino. Parafrasando Oscar Wilde "parlate pure male di me, purchè ne parliate" dobbiamo augurarci “…..….purchè si legga!!!”


Daniela Gerundo



lunedì 28 gennaio 2013

PER SEMPRE CARNIVORI di Cosimo Argentina


Una tragedia. Una tragedia affrancata dalle aristoteliche unità di tempo, luogo ed azione; svincolata da un rigido schema che ne possa definire forme e scansione temporale attraverso la sequenzialità di prologo, azione ed esodo, o di un epilogo.

Una tragedia che si svela al lettore materializzandosi su una tela tessuta srotolando e riavvolgendo la matassa narrativa attraverso un racconto frammentato dal continuo ricorso a flash back e digressioni : sulla morte, sul tempo, sulla fortuna, sulla donna, sull’amore, sul suicidio.

Una tela sporca di tutto: sangue, escrementi, liquidi organici, alcol, vomito copiosamente disseminati in corso di smargiassate notturne dai tre Mr. Hyde  Leone Polonia, Giuseppe Maconi, Goffredo Monti, tre … insegnanti precari … in cerca  di… punteggio.

Mako è morto, scannato come un tràgos sacrificato al Dio Dioniso per espiare i peccati del gruppo. Ma dalla tragedia che qui si rappresenta non scaturirà la catarsi, la purificazione dei mali, la presa di coscienza dei propri limiti. L’arido e ingeneroso humus degli angusti spazi di provincia alimenta i germogli della perversione, della violenza, dell’aggressività in personaggi già corredati del personale bagaglio di frustrazioni, lutti non elaborati, propensione a delinquere e a prevaricare. “ Tutti incidentati in questa storia”  “ Tutti sconfitti in questa tragicommedia”

Personaggi come maschere…uno…nessuno…centomila…che si muovono sulla scena come entità distinte, lacerate dalla inconciliabilità tra l’essere e l’inganno dell’apparire; svelando la propria tormentata dimensione psicologica; palesando la parte animale, selvaggia, istintiva presente anche nell’uomo più civilizzato come parte originaria, insopprimibile, pronta ad esplodere quando l’alcol o la coesione del branco allentano i freni inibitori.

Personaggi catalogati dall’autore secondo una personale tassonomia che classifica le femmine in base al grado di “ disponibilità sessuale” ed i maschi rilevandone il livello di dissolutezza. Primus inter pares il padre di Leone, “il pazzo”, “il vecchio”, “il porco” , “il gremlin”,  pedofilo, alcolizzato, violento , manesco ma comunque amato. Un anelito di amore paterno già manifestato da Camillo Marla, da Mino Palata, figli unici del modello di famiglia che ricorre nelle narrazioni di Argentina : padre, madre e figlio sempre con le stesse connotazioni. Negativa in modo esasperato ed esagerato la figura paterna; amorevole, conciliatrice, comprensiva ed indulgente la madre, capace di “guardare negli occhi come solo una madre sa fare”; tormentato e afflitto il figlio. Leone ama la musica argentina Meola , Piazzolla “‘sti argentini, fa’ che conoscevano l’amarezza che mi portavo dentro”;  ma è  dilaniato da un odio  “che eclissa i sorrisi”,  perché “avevo mille motivi per odiare … avevo qualcosa che mi faceva andare in bollore nevrastenico … se avessi potuto avrei scotennato tutti”. Idealista arrabbiato Leone, perché “ io credevo ancora che un uomo dovesse guardarsi intorno, cercarsi dentro, essere solidale con l’inferno che si trascina dietro”. “Tu sembri un duro ma in realtà devi essere un esistenziale…” sentenzia il rude Antonio, custode della “Nuova Caledonia”  la scuola privata proscenio della mise en scène dove si rappresenta la tragica pièce  di una morte annunciata.

Maschere grottesche, pagliacci e acrobati si agitano nel Grand Guignol della vita di provincia, personaggi che  vengono sparati nel racconto con tutta la  loro carica devastatrice ma che conosceremo attraverso dettagli anagrafici identificativi solo nelle pagine successive, non prima di averne appreso le schizofreniche condotte. Soggetti irrisolti alterati nel pensiero e nelle azioni, “pronti a violare la sacralità del silenzio con parole vane” e gesti inconsulti: il gregge pelvico, i cremati dell’ultima fila, i cuccioli di varano,  l’albatro Nadali, Lia, Rita, Concetta, Dio, Gianna, la recchia di Torino, i briganti di Leporano e Pulsano.

Vittime e carnefici spaziano su e giù per il racconto, come i vagabondi  che aspettano Godot, animati dalla stessa inquietudine e insofferenza che pervade l’io narrante e rimanda allo scrittore stesso.

Il dinamismo della scelta stilistica si rivela funzionale al pathos del lettore, alla necessaria tensione emotiva che lo spinge alla conoscenza di una storia il cui finale è svelato già in prima pagina; una storia scritta da soggetti “cinici ad oltranza” tutti “sorrisi e lacrime salate” sui quali aleggia la morte, sempre pronta a rubare la scena ai protagonisti  facendo sibilare la falce sui loro affetti: le madri di Leone e “il dentuso” che per questo diventano “fratelli di morte”, la nonna del “bamba”, e poi Raggi e Mako.

Ma la perdita degli affetti non è imputabile solo alla morte, c’è un pericolo più grave  che incombe sulla fragilità umana: l’innamoramento  “ non doversi innamorare mai perché amare voleva dire vivere nel terrore di perdere un affetto”. Polonia, “forestiere della vita” se ne  tiene a distanza di sicurezza anche perché a 25 anni “dovevo ancora conoscere la persona con cui scompariva il mio disagio senza bisogno della fortificazione dell’alcol”.  Amore. “Quel petardo fatto esplodere in una cristalleria nel giorno dell’inaugurazione”, l’alchimia di uno stato tra sogno e realtà che motiva ogni follia, che detta comportamenti imprevedibili; quell’impulso dei sensi che governa il nostro agire, ma che non può arrivare a giustificare una testa mozza e una schiena spezzata all’alba di un giorno di maggio.

Eppure  “s’è consumato un disastro nato dal desiderio d’amore” o forse è stato valicato l’ impercettibile confine tra realtà e finzione perché abbiamo bisogno di credere che ci sia dell’altro, di osservare le cose da un punto di vista imprevisto, di proiettarci in una dimensione borderline tra sogno e realtà affrancandoci da una  quotidianità resa asfittica da ogni sorta di condizionamenti.

Polonia, Mako e “dentuso”, gli equilibristi del Gran Guignol hanno camminato sulla fune del desiderio di raggiungere l’inaccessibile e adesso che “i creditori sono stati onorati” recepiscono qualcosa che sapevano da sempre e non volevano sapere. Ma forse un giorno, nel valutare questa storia di vittime e carnefici, di amore e di passione  qualcuno dirà che “si trattò solo d’amore”.

Daniela Gerundo

 

 

 

 

lunedì 3 gennaio 2011

Vicolo dell'acciaio di Cosimo Argentina



L’impressione che si riceve dalla lettura dei suoi libri è che Cosimo Argentina si serva della scrittura come strumento per “elaborare un lutto”; come mezzo per sublimare il dolore e racchiuderlo nelle pagine; come tramite per trasformare in energia creativa la rabbia che sente implodere in sé; come sistema per commutare i vibranti sentimenti che lo animano in parole scritte.
Parole che necessitano di un’attenta lettura per poter recepire i messaggi in esse sottese. Occorre, infatti, saper leggere tra le righe più che le righe di quelle pagine per ritrovarvi le spinte emozionali che a quei racconti danno vita senza mai essere apertamente palesate, al massimo alluse: l’amore viscerale per la propria città; i legami indissolubili con quel “cumulo di pietre e di cristiani”; lo stupore davanti agli incredibili colori dei tramonti occidentali; l’orgoglio dell’appartenenza ostentato attraverso il ricorso ad un lessico famigliare strutturato su un vernacolo blindato e codici comunicativi fatti di versi della bocca supportati da cenni della testa.
La nostalgia originata dall’assenza di tutto questo e molto altro, il dolore generato dalla forzata lontananza dalla sua città, pari per intensità al patimento di un innamorato respinto, alimentano la scrittura torrenziale di Argentina definendone le cifre stilistiche ma anche i condizionamenti più evidenti.
E’ una narrazione avviluppata a luoghi situazioni e personaggi che hanno segnato la sua crescita; radicata nella cultura della terra d’origine ,alle usanze, alle abitudini, ad un modo confidenziale di relazionarsi tipico delle piccole comunità, dove tutti hanno un soprannome identificativo, dove si tende a consorziarsi in una comune rete di protezione e di sostegno.
E’ una narrazione espressa attraverso un gergo colloquiale e localistico che non facilita Argentina nel trovare editori disposti a riconoscergli i meriti dell’autenticità del sentire,della libertà d’espressione, del rifiuto delle snaturanti rivisitazioni dei consulenti letterari,del sentirsi svincolato dai tempi “dell’umano sistema fognario”.
E’ una narrazione fremente di passione che, con la portata di un fiume in piena, rompe gli argini imposti da precise indicazioni editoriali e travolge il lettore anche con la sgradevolezza di alcuni dettagli ma con la leggerezza dell’ironia quale sublimato dell’ira; con uno stile vivace in cui il sorriso amaro ha il sopravvento sullo sdegno per le ingiustizie sociali e sulle avversità della sorte in cui si dibatte una popolazione che ci rimanda al “ciclo dei vinti”.
In Vicolo dell’Acciaio Mino Palata racconta l’evolversi di una generazione del quartiere nel quale Cosimo Argentina è realmente cresciuto. La scenografia è resa dai profumi, suoni, rumori di quelle strade; dalle voci della tribù tarantina, dai rituali tipici del familismo meridionale. E’ il quartiere della mitica e mitizzata Via Calabria dove il 90% delle famiglie ha il capo che “se la spassa nel siderurgico”, beve caffè Ninfole, tracanna birra Raffo.
Quella dei capifamiglia è una carovana di antieroi che avanza su colline di carbon fossile e polveri ferruginose con genetica rassegnazione; con la consapevolezza che nel caravanserraglio dell’acciaio si baratta la vita per la sopravvivenza; che a nessuna caduta seguirà un pronto riscatto; che una naturale selezione della specie permetterà solo ai più forti di concludere il ciclo lavorativo nei gironi infernali dell’industria siderurgica, esentandoli da malattie invalidanti, rare forme tumorali, mutilazioni nel corpo e nell’anima. Una ingenerosa predestinazione sembra condannare i maschi del vicolo al ruolo di vittime sacrificali secondo un copione che si ripete per generazioni con scontata prevedibilità e passiva accettazione.
Inutili le manifestazioni di protesta contro gli sbuffi venefici del mostro d’acciaio; c’è il rischio di rimanere vittime dei raggiri delle associazioni degli “ambientalisti del giovedì”, personaggi incompetenti desiderosi solo di strumentalizzare il dolore della gente per acquisire un potere contrattuale.
Alle famiglie colpite resta il conforto del “consolo”, un rituale di solidarietà dell’indotto umano che comunque si sforza di migliorare l’avvenire dei propri figli attraverso gli studi universitari, guardando alla laurea come documento valido per espatriare dal vicolo e sdoganarsi dal destino di “gechi” attaccati al muro del bar di Mest’Arturo.
Gli studi di Mino però sembrano arenarsi al capitolo “Prescrizione e Decadenza” di un esame duro da superare quanto le prove che gli riserva il destino: l’impatto con l’amore, il peso dell’assenza, l’addio di Isa; la morte dei primalinea;il sogno proibito della dea condominiale, un nastro di Mobius da “percorrere” all’infinito; l’incomunicabilità col “generale dagli occhi lisergici” suo padre, ingombrante e assoluto,ma per lui un mito vivente; la compassione per la madre, una santa donna che “si riprende sempre”, con la bussola sempre in mano a segnalare il nord magnetico in una casa dove domina l’anarchia.
Il racconto è alleggerito da riferimenti a reali fatti di attualità e a citazioni che rimandano alle passioni del nostro scrittore: la musica di James Brown; il calcio dell’Audace Usac; la poesia del Pascoli nel Gelsomino Notturno; Manzoni con le risposte della sciagurata Gertrude-Vincenzina; André Brink, in Un’arida stagione bianca;le donne tarantine, le più belle del sistema solare; i fumetti di Tom Mix.
Ma, leggendo tra le righe ,scopriamo ciò che Cosimo ha voluto comunicare attraverso Mino: la rassegnazione uccide più della diossina. E Cosimo parla della sua rabbia quando Mino fa l’amore con Isa “…non c’è passione , c’è solo un maschio furioso, incalcolabile…con uno straccio di anima nera che lotta contro qualcosa che si arrotola nel buio del suo cervello…un animale ferito che cerca di bucare il manto nel quale è costretto a vivere….le ferite vengono a galla e combatto contro i demoni…Il piacere porta alla luce il terrore a cui è vincolato”. E’ la rabbia del lutto non elaborato; di chi non si arrende davanti allo spettacolo della sua città violata, della decadenza che distrugge quotidianamente strutture e speranze; di chi si aspetta delle reazioni forti da parte di chi invece ha scelto di lasciarsi vivere o morire; di quello a cui la laurea ha meritato l’esilio,ma che anche da lontano urla la sua rabbia attraverso i suoi libri o la rubrica sul nostro quotidiano locale, manifestando un amore che se fosse nell’animo di tutti i tarantini basterebbe a contrastare le mire dei colonizzatori e la rassegnazione di una classe politica che cambia colore ma non l’arrendevolezza di fronte al ricatto occupazionale.
E’ Cosimo quando Mino fa l’amore , e noi l’amiamo perché è così.
Daniela Gerundo

domenica 28 novembre 2010

"La melodia del corvo" di Pino Roveredo


Un immondo Grand Guignol di nefandezze, un circo animato da “equilibristi della provvidenza” e “giocolieri della disgrazia” è il microcosmo in cui riecheggia, roca e sgradevole, “la melodia del corvo”; un sottoscala della vita abitato da personaggi grotteschi che hanno derubricato l’amore dalla loro antologia della sopravvivenza, scritta con l’inchiostro della bile nera e con la mano scossa dai fremiti delle crisi d’astinenza.
Nelle zone d’ombra della loro “Corte dei Miracoli” si aggira un substrato di umanità con la coscienza narcotizzata da una permanente anestesia affettiva: prestigiatori abili nel trasformare il denaro in fumo e il fumo in delirio; temerari saltimbanchi che valicano la montagna della vita con “capriole in salita”; picchiatori scelti pronti ad avventarsi con inaudita violenza sugli insolventi compratori di illusioni in bustine; funamboli maldestri nel loro deambulare in perenne equilibrio instabile, sulle corde tese ai confini di una umanità possibile, senza la sicurezza della rete di protezione ad attutire le inevitabili cadute. Una rete predisposta ad accogliere, come in un amorevole abbraccio, chi è lontano dagli schemi della perfezione che il mondo al di fuori della tenda esige.
Situazioni estreme, personaggi esasperati, il tempo della vita scandito da un ritmo concitato che Pino Roveredo traspone sulle pagine del suo ultimo romanzo con una scrittura affannosa, sincopata, con le approssimazioni della lingua parlata, col ricorso ad incisivi ossimori, allitterazioni, onomatopee; con una narrazione che, discostandosi dalla linearità temporale ricorre a continui flashback a giustificare lo stato confusionale in cui si trova il protagonista, sprofondato nel buco nero dell’Io, nel vuoto interiore evidenziato dalla insicurezza e dai bisogni. Il bisogno d’amore, in particolare, crea in Gino una dipendenza affettiva dalla persona sbagliata: Giuliana, la dispensatrice di dolore, la vigliacca ipocrita opportunista capace di mille travestimenti, la passione dei vent’anni dall’incedere sicuro con la sua “prorompente bellezza caricata sui tacchi”, la predatrice entrata nella sua vita e nella sua anima per derubarlo della propria libertà interiore, della dignità, dell’autostima; per distruggergli la famiglia, il lavoro e tutto quanto faticosamente costruito fino a quel tragico 18 ottobre.
Devastata dall’incapacità di elaborare i lutti provocati dalle esperienze negative vissute col padre e con il suo primo amore, Giuliana “ingrassa la sua rivincita” usando gli uomini per vendicarsi, andando all’incasso dei crediti che la vita le porta calpestando chiunque si trovi sulla sua strada, inseguendo un benessere borghese travestita da “sinistroide sinistrata”, cantando Bandiera Rossa e Contessa con la sua voce roca da corvo, spacciando stupefacenti.
Una di queste sostanze ucciderà Riccardo , che da quel momento va ad abitare la mente di Gino diventandone l’alter ego, la coscienza, la sua parte razionale, l’istinto di conservazione, colui che gli impedirà di traslocare “dalla preoccupazione della vita alla soluzione della morte”.
E’ un ipersensibile Gino; ama Paperino, la rima dolce di Prévert,i piaceri semplici della vita; reclama coccole dalle donne della sua vita, la moglie e la figlia, che gli riservano il gelo dell’indifferenza. Arrabbiate con la vita, prive di qualsiasi entusiasmo Luisa e Martina sembrano geneticamente predisposte alla tristezza, alla malinconia e alla depressione. Gino al mattino prepara loro la colazione mettendo anche i fiori a tavola, sia pure di plastica, e le sveglia con un bacio, ma “non è facile amare senza avere poi indietro il conforto di un ritorno”.
La loro vita “quadrata, con gli animi a spigolo” scorre con la noia di un treno accelerato sui binari della normalità, con gesti che si reiterano quotidianamente senza suscitare la benché minima emozione, con la comunicazione affidata a sguardi imbronciati e invettive urlate. Una situazione stagnante in cui Giuliana trova un fertile humus per radicare e poter neutralizzare la volontà di Gino, che si ritrova proiettato in una dimensione costituita da molte ipotesi ( ipotesi di una fuga…di un amore…di un tempo…di un luogo…di un incastro…) e una sola certezza : la voglia di regalarsi il grande piacere di restare. Malato di possessione amorosa, terrorizzato dalla paura del distacco Gino troverà la forza di compiere un gesto che legherà per sempre a lui la sua Giuliana.
Scritto in tre mesi, in contemporanea con altri due libri che usciranno nel 2011, Roveredo non ha concesso distrazioni alla velocità, rimanendo nelle cifre stilistiche della sua scrittura asciutta e immediata ma anche avvolgente e appassionante, ricca di spunti autobiografici nei contenuti.
Dalle pagine del romanzo prende corpo la tormentata vicenda esistenziale dei suoi primi 40 anni; un percorso consumato nelle costrizioni del letto di contenzione e dell’Hotel Millesbarre ma illuminato dalla scoperta di una dimensione totale della libertà che può derivare solo dalla cultura.
I testi divorati nei lunghi periodi di isolamento hanno medicato le offese subite nel corpo e nello spirito, contribuendo a restituire alla società un uomo consapevole, che ha imparato a rispettare sé stesso e gli “ultimi”, quella parte di umanità che non tace le difficoltà del vivere quotidiano e i rischi di rimanere vittime di autoinganni senza possibilità di riscatto. Lui che a riscattarsi ci è riuscito ora si occupa di chi è ancora dentro il vortice dell’autodistruzione, e li aiuta a venir fuori seguendo gli insegnamenti di Basaglia. E’ uno scontro titanico tra Eros e Thanatos, una scommessa tra la vita e la morte perché se è vero, come fa dire a Gino, che ci vuole coraggio per morire è maggiormente vero che ci vuole eroismo per vivere.
Daniela Gerundo

sabato 13 novembre 2010

Il peso della farfalla di Erri De Luca


Un Cantico delle Creature in prosa; un inno alla vita in tutte le sue espressioni; un omaggio alla sorprendente bellezza della natura ed alla intelligente laboriosità degli animali: l’aquila, il ragno, l’orso, il camoscio, lo stambecco, protagonisti con pari dignità di un racconto breve ma intenso permeato da una visione rispettosa e positiva della natura.
E’ l’analisi comparata di due esistenze e di due solitudini diverse quella che ci racconta Erri De Luca nel suo ultimo romanzo: un cacciatore ed un camoscio che si cercano, si spiano, si rincorrono, si temono; che assieme percepiscono il sopraggiungere del momento che metterà fine alla loro vita, solitaria per scelta, consumatasi nel silenzio dei boschi.
“ Quando un uomo si ferma a guardare le nuvole vede scorrere il tempo oltre di lui”. Il terzo capoverso a pag. 41 potrebbe essere il giusto incipit per introdurci nella storia di due esseri stanchi che, sentendo approssimarsi l’ineluttabile momento della chiusura del ciclo vitale, scelgono di mantenere intatta fino all’ultimo la loro fierezza e la loro dignità.
Nella narrazione si evidenzia da subito il rispetto e l’ammirazione che lo scrittore nutre per il camoscio, reso orfano ancora cucciolo dal cacciatore e divenuto “ il re dei camosci” forte di una taglia in più rispetto agli altri; costretto da solo a sperimentare le dure leggi della sopravvivenza; cresciuto senza regole ma capace di imporle al branco; capace di proteggere i cuccioli dagli attacchi delle aquile; capace di fiutare la presenza dell’uomo a grande distanza; determinato a non cedere la supremazia ad un maschio minore solo perché più giovane.
“Re dei camosci” era chiamato a valle anche il cacciatore, esperto alpinista capace di scalare pareti impossibili e tuttavia consapevole di essere un “re minore” come quello che “soffiava nella sua armonica”. Aveva ucciso 306 camosci con le sue pallottole da 11 grammi ma era stato il suo percorso di vita a fare di lui un bracconiere. Era stato giovane durante gli anni di piombo quando l’estremizzazione della dialettica politica si tradusse in lotta armata, in accanita ostinazione a voler “rovesciare il piatto”. Ma “un uomo è quello che ha commesso”; se dimentica è come un bicchiere alla rovescia, un vuoto chiuso ed “il peggio è sempre possibile”. Da qui la scelta di vivere in una stanza a 1900 metri di altezza, immerso nella natura, pronto a recepire le lezioni di vita e di lealtà che gli animali sanno riservare al genere umano.
Il sopraggiungere dell’età adulta per entrambi porta con sé delle crepe nei sensi , negli organi, negli arti. Per il cacciatore è una crepa anche l’appuntamento accordato ad una donna, una giornalista disposta a salire fino a 1900 metri pur di intervistare “l’ultimo bracconiere”. E’ una crepa l’incapacità di percepire il presente, di governare l’istinto che spinge a uccidere senza necessità, di comprendere quando le stagioni della caccia e della vita volgono al termine.
“Ci sono carezze che aggiunte sopra un carico lo fanno vacillare” così come il peso di una farfalla che si posa sul cuore è “ la piuma aggiunta al carico degli anni, quella che lo sfascia”. E lo sfascio, la fine per entrambi, si preannuncia attraverso l’ ultimo episodio di caccia con il quale si chiude il racconto: l’ animale compie un atto di clemenza nei confronti del suo nemico – compagno di solitudine; il cacciatore, come già avvenuto in passato, compie un atto grave, pur nella consapevolezza di non potervi porre rimedio “ non poteva risarcire il torto , ma poteva rinunciare. I debiti si pagano alla fine una volta per tutte”.
Un finale che non sorprende chi leggendo ha recepito un vago sentore di morale didascalica sovrastare le righe, senza tuttavia cadere nella facile retorica o gratuita precettistica. Nelle intenzioni dell’autore vediamo solo la volontà di offrire spunti di riflessione; la ricerca di stimoli per migliorarci; l’ occasione per guardarci dentro e confrontarci con le nostre sensazioni disancorate da melensi sentimentalismi.
Si ritrova molto della biografia dell’autore nella storia del cacciatore: l’età, l’amore per la montagna, la passione politica, la morigeratezza nello stile di vita, l’importanza dei valori, dei vincoli parentali, dei codici non scritti che ispirano il comportamento degli animali e che l’uomo tende a dimenticare. Ritroviamo tra le righe l’innata spiritualità del non credente che comunque sente di voler ringraziare il “capomastro” rivolgendogli un pensiero al calar della sera; la passione per le sacre scritture nel riferimento al “vestito di vento di Elohìm”; le digressioni colte inserite con modestia e umiltà, con quella umiltà che traspare dai suoi occhi luminosi e malinconici, che tanto hanno visto e molto hanno ancora da raccontare.
Daniela Gerundo

La Solitudine dei Numeri Primi - Film


Sicuramente meno apprezzato del libro da cui è tratto, il film si rivela asfittico già dalle prime scene a causa della cappa plumbea che sovrasta i personaggi, tutti immersi in una realtà intrisa di frustrazioni, dolori laceranti, ossessioni, ferite mai cicatrizzate.
La trasposizione filmica si incentra principalmente sui percorsi sofferti dei due protagonisti, relegando a ruoli di secondo piano gli altri personaggi che pure hanno contribuito a segnare in modo determinante le esistenze di Alice e Matteo.
L’assenza di coralità sortisce un effetto “soporifero” negli spettatori, specialmente nel pubblico maschile, geneticamente poco predisposto a coinvolgimenti emotivi nelle storie di stampo intimistico-introspettivo .
Ma neanche alle donne il film riesce a rapire l’anima, perché non narra una storia d’amore, di passione, di sentimenti forti che animano situazioni nelle quali rispecchiarsi; racconta di drammi e sofferenze, dolore e autolesionismo, smarrimento e disperazione in un susseguirsi di negatività che non lascia spazio alla speranza nemmeno nel finale.
Cupo nelle espressioni e negli sguardi, nei silenzi e nei dialoghi frammentati, nei colori e nelle ombre necessarie per mettere in luce le lacerazioni dell’anima oltre che dei corpi, il film si affranca da una connotazione tediosa e monotona solo grazie ad una scelta narrativa che, discostandosi dalla linearità temporale ricorre a continui flashback e flashforward funzionali a tener viva l’attenzione dello spettatore, e comunque non è un film destinato a rimanere nella memoria collettiva.
Daniela Gerundo

Il tempo invecchia in fretta di Antonio Tabucchi


Ben ponderata la scelta di una fotografia di Philippe Ramette in copertina : un uomo sui trampoli in cima ad una montagna, alla ricerca di “un punto di vista imprevisto” sul mondo, nell’intenzione del fotografo.
Un uomo con lo sguardo teso ad oltrepassare le linee di demarcazione dello spazio, i profili delle montagne cobalto, la linea blu di un orizzonte rischiarato da candide nubi sospese nel cielo azzurro, pronto a proiettarsi nella dimensione del ricordo, nell’interpretazione del lettore attento.
Si recepisce una sinestesia rassicurante che predispone alla concentrazione nella lettura di un romanzo che esige un’attenzione continuativa.
“Ogni immagine è una piccola avventura” per il Magritte della foto, sempre impegnato a sfidare la visione razionale del mondo.
Ognuno dei nove racconti che compongono il libro di Tabucchi è una storia finita che contiene in sé tutti gli elementi per costruirci su un intero romanzo.
Sono storie raccontate con un pathos così intenso e ammaliante da agire sulla sfera delle emozioni fino a distogliere l’attenzione dalla trama. Storie di personaggi emblematici tanto diversi tra loro ma accomunati dalla convergenza coscienziale dell’inarrestabilità e inafferrabilità del tempo e della profondità dei solchi che il suo scorrere lascia sulla vita delle persone.
Racconti che si snodano attraverso lo scandire del tempo, non solo del tempo personale, famigliare, della storia passata e recente ma anche del tempo dello spirito, appesantito da un carico di rimpianti e malinconie che inducono i protagonisti ad andare avanti col capo rivolto indietro, guardando al passato con l’occhio deformante della nostalgia mitizzatrice.
Storie di esistenze legate dal fil rouge della “saudade”, quella “inesplicabile sensazione di rimpianto, di malinconia e, al tempo stesso, desiderio di raggiungere l’inaccessibile”.
Storie realmente esistite, ascoltate, raccontate e disposte nel libro senza rispettare la cronologia di scrittura, precisa l’autore nella postfazione. Ma l’impatto con il primo racconto è forte: un lavoro perfetto nella forma e sorprendente nel contenuto che racchiude in se tutti gli elementi che ritroveremo nelle storie successive.
Intenso, suggestivo, quasi metafisico “Il cerchio”, racconto d’apertura che da solo giustifica l’intero romanzo. E’ il cerchio tracciato sul terreno da una mandria di cavalli che gira vorticosamente attorno alla protagonista del racconto al pari dei ricordi che affollano la sua mente. La donna, confusa dagli inganni della memoria tra ricordi e “falsi ricordi” che si susseguono senza una linearità temporale, sembra prigioniera più della dimensione claustrofobica della sua esistenza che della situazione contingente. Il cerchio evoca in lei il “sentimento di se stessa”; il cerchio, la forma più perfetta, simbolo di Dio e del cielo, figura che esprime la circolarità del tempo, di quel tempo che sembra volato via come aria, lasciando sepolte “nella sabbia della memoria” le risposte ai tanti interrogativi esistenziali che hanno scandito la sua vita.
Clof…clop…cloffete…cloppete…il tempo scandito da onomatopee differenti, ad indicare la variazione di intensità delle gocce che, cadendo, emettono un suono che segue una loro scala musicale. Gocce che scendono da una flebo che alimenta una persona amata e che implodono nel cervello del protagonista del secondo racconto facendo affiorare “ da un’eternità di tempo” personaggi e vicende confuse, avvolte da uno strato di nebbia che si dirada davanti al sorriso di una bimba malata terminale.
Registro stilistico più snello che favorisce una lettura più spedita in “Nuvole”. Una conversazione che tocca argomenti di notevole spessore culturale tra una bambina, resa adulta anzi tempo dai “dissidi esistenziali” dei genitori separati, e un militare in convalescenza dai danni provocati dall’esposizione all’uranio impoverito. Alla bimba, in cura dallo psicologo per le conseguenze di traumi che lei chiama “crisi dell’età evolutiva”, l’uomo insegna la nefelomanzia, l’arte di indovinare il futuro osservando le nuvole.
Un bilancio fallimentare della propria esistenza è quello che deve tracciare il protagonista del quarto racconto, un uomo benestante che vive una situazione di agiatezza e apparente sicurezza ma soffre di sbalzi di pressione imputabili, a detta del suo medico, a stati ansiosi immotivati. E’ un ex agente della ex Repubblica Democratica Tedesca che ha vissuto il crollo del muro di Berlino e delle ideologie dallo stesso simbolicamente sostenute. Ma il muro è crollato e dai dossier custoditi negli archivi della polizia è emersa una verità inquietante che pesa sul suo cuore come un macigno. La consapevolezza che la condivisione di un dolore con un amico può contribuire ad alleggerire il carico spinge l’uomo a recarsi al cimitero, dove riposa “nell’eternità orizzontale” la persona che per anni ha pedinato, condividendo ogni istante della sua vita e che per questo adesso sente a lui più vicino di qualsiasi altro amico: Bertold Brecht.
“Fra generali” molte “congetture” e una certezza: se la guerra non li avesse divisi, due uomini di grande spessore sarebbero potuti diventare grandi amici uniti dalle stesse grandi passioni.
“Yo me enamoré del aire”, il potere evocativo di una canzone, la sensazione di straniamento provocata da quelle note in un uomo che continua a sentirla dentro di sé come un’eco che lo proietta “verso una lontananza che non sapeva dove”.
Un viaggio nella storia contemporanea negli ultimi racconti, occasioni di feroce critica ai regimi totalitari, al reato di pensare in modo diverso dallo Stato, ai processi farsa le cui sentenze sono già scritte prima della seduta, alle leggi razziali, alle illusioni create dalla “pappina dell’eterna giovinezza della falsa scienziata”, ai lager, ai campi di rieducazione, ai manicomi giudiziari, alla pretesa di “lustrare la memoria per farla funzionare come vogliono loro”.
Un viaggio in aereo “Controtempo” che allontana un uomo dalla destinazione reale per proiettarlo in una dimensione borderline tra sogno e realtà, evocando un déjà vu liberatorio “come quando finalmente capiamo qualcosa che sapevamo da sempre e non volevamo sapere”, a chiusura del viaggio tra passato remoto e passato prossimo nel quale siamo stati condotti da Tabucchi attraverso la sua scrittura.
Una scrittura a volte fluida ed accattivante a volte complessa ed articolata, mai banale nella preferenza della parola, singolare nella scelta di abolire la virgolettatura dei dialoghi a vantaggio di una lettura più fluida ma di una comprensione meno immediata, perfetta nella forma quasi al limite del compiacimento manieristico, ricca di contenuti, citazioni e personaggi che offrono numerosi gli spunti di approfondimento anche a rischio di far prevalere l’uomo di cultura sullo scrittore.
Didascalico, nell’accezione più positiva del termine, il messaggio che recepiamo sin dalla copertina: servono trampoli altissimi per guardare oltre l’orizzonte visibile, per valicare i limitati confini di una quotidianità resa asfittica da condizionamenti di varia natura e aprirsi ad uno sguardo di più ampio respiro, pregno di comprensione, indulgenza, umanità, con la consapevolezza che “ non c’è futuro senza memoria”
Daniela Gerundo
.